Valtellina:
Qui finisce la pianura e la valle si fa lama: l’Adda taglia le Alpi e l’uomo risponde con i terrazzamenti. Migliaia di muretti a secco che salgono come scale da giganti, strappati alla pietra un metro alla volta, generazione dopo generazione. Sono i gradini su cui cresce l’erba per le mucche.
È la terra del Bitto e del Casera.
Il Bitto matura al buio fresco delle calecc, le baite d’alpeggio a 2000 metri. Duro, profumato di fieno e di tempo. La Casera scende prima a valle, più morbida, burrosa, ed è lei che fila e scioglie sui pizzoccheri fumanti nella pietra ollare.
E c’è lo yogurt. Bianco, denso, di latte d’alpeggio. Quello che sa di stalla pulita e di prati alti, lasciato a fermentare lento come si faceva quando il freddo teneva in scacco tutto.
È il Bernina che domina dall’alto, lo Stelvio con i suoi 48 tornanti, la Val di Mello di granito e silenzio. È Bormio con le sue acque che bollono da prima di Roma. È Livigno, dove il sole d’inverno basta appena a sciogliere la brina sui tetti di legno.
E poi c’è Sondrio.
Nel cuore della valle sta il Castello Masegra. Fortezza, prigione, palazzo. Dentro le sue sale, tra stemmi e mura spesse, trovi Ariosto. Gli affreschi dell’Orlando Furioso: Angelica, Medoro, le battaglie e le follie del paladino, dipinti proprio dove i Grigioni comandavano e i valtellinesi tenevano duro. Epica sopra epica: quella del poema e quella della valle.
Questa è la Valtellina.
Terrazzata, ribelle, di pietra.
Di formaggi che hanno pazienza, di yogurt che sanno d’alpe, di mura che raccontano poemi.
Non si attraversa. Si scala, un gradino alla volta.



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